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Aspettando Jimmy – 31 Ottobre 2018

“Mio padre arrivò al porto di New York alla vigilia della tormenta del 1878. Aveva vent’anni. A New York si erano chiusi tutti a chiave. L’acqua si era ghiacciata. Prendevano la neve e la bollivano per ricavarne acqua

Per cinque giorni la città fu assediata dalla neve. Il quinto giorno mio padre, disgustato da questa vita da eschimese, salì sulla stessa nave con la quale era arrivato e tornò in Italia.

Lì, nel paese del sud dove era nato, si innamorò di una ragazza di nome Carmela, dai grandi limpidi occhi. Lei era proprietaria di una fattoria con quaranta acri di uliveto. E possedeva qualcosa di ancora più prezioso: questa ragazza aveva uno spirito avventuroso.”

 

Questo l’incipit di “I bow to the Stones”, il libro pubblicato postumo da Lina Farina,  la giornalista italo-americna che Jimmy aveva sposato, in seconde nozze, e che aveva preso l’abitudine di appuntarsi quelle storie fantastiche che il marito era solito raccontarle.

In  queste poche righe è racchiuso un ritratto formidabile che Jimmy fa di suo padre, Giuseppe Maria Sava, di professione calzolaio, il “gentile ciabattino italiano”, come lo descrive la Farina, nella prefazione del libro, e di sua madre Carmela  Baione. Giuseppe, all’età di 20 anni, nel 1878, si imbarca per l’America. Dopo 30 giorni e 30 notti di navigazioni, costati 30 dollari,  passa 5 giorni a New York sotto una tormenta di neve; ne ha abbastanza, riprende la stessa nave e torna a Stigliano.

Dove abbia passato quei 5 giorni, nel 78,  cosa abbia visto, chi abbia incontrato non è dato saperlo. Nelle ricerche condotte a Stigliano da Rocco Derosa, si ritiene probabile che le abbia trascorse nelle inospitali segrete di Ellis Island, o, ancor peggio, nel “Castle Clinton” in Battery Park,  segrete certo prive di riscaldamento, dove gli immigrati venivano visitati, interrogati, spesso derubati dei bagagli , registrati e poi i fortunati andavano via, mentre chi non era in regola finiva lì detenuto, in attesa del rimpatrio. Certo non era un soggiorno piacevole ma passeranno 10 anni prima che nel giro di poco tempo, grazie a Carmela , si sposa e riparte per l’America, per assicurare  un futuro migliore a quel figlio maschio che lei attende con impazienza. (alcune stranezze e un bel rompicapo nella ricerca sottostante)

Evidentemente se “I bow to the stones”, il motto che in famiglia si soleva ripetere, è stato ideato in questa circostanza, ha un significato ben diverso per moglie e marito. Per Giuseppe sembra dire che contro certe fataltà è inutile lottare, per Carmela invece, che aveva uno spirito avventuroso, significava  non darti per vinto, “non farti cadere le braccia”, se non puoi superare l’ostacolo … aggiralo!. Qual è il problema?  il freddo, il gelo con cui New York ha accolto Giuseppe la prima volta? Allora basta partire d’estate e tutto sarà più facile!

Già Carlo Levi descrive la capacità delle donne lucane depositarie di antichi saperi, capaci  di imporre significati e strategie a tutta la famiglia, anche perché guerre  ed emigrazione spesso portavano via figli e mariti,  lontani  dal nucleo familiare.  Così è anche per la famiglia Savo:  in soli  4 anni Carmela prende in mano le redini della famiglia e ne cambia il destino.

 Quando dopo alcuni anni arrivai io, con occhi come richiesti, una grande ambizione la mise in agitazione. I primi nove giorni della mia vita furono giorni molto frenetici per mio padre. Mamma lo costrinse a darsi da fare, a fare una marea di preparativi. Lei voleva traslocare in una casa migliore e iniziare una nuova attività.

…………………………..

Mio padre dovette rinunciare alla sua bottega di ciabattino per diventare un grande uomo d’affari. mamma ci mise l’anima. Un arcobaleno di successo si dispiegò sulla loro nuova drogheria all’ingrosso. Anche se era duro per mio padre alzarsi per andare al mercato la mattina presto, la mamma badava che lo facesse.

 Il denaro arrivava a rotoli. Due anni dopo la mia nascita i miei genitori erano proprietari di una casa di cinque piani, con il nostro negozio ed una macelleria a pianterreno.

………….

E quando avevo nove giorni di vita traslocammo nella nuova casa.

A mamma piaceva la musica, la gente, l’allegria. Fece arrivare una banda a marciare lungo la 104ª Strada per celebrare il mio arrivo. Il neonato venne portato nella chiesa sulla 115ª Strada e gocce di acqua benedetta furono spruzzate sul suo viso. Tutti ballavano nelle strade come se un intero grosso isolato desse una festa,monetine e caramelle furono lanciate in aria e i ragazzi si azzuffarono per esse.

Ma due anni e nove giorni dopo la nascita di Jimmy Carmela muore  e Giuseppe

 non riuscì a sopportare la solitudine in cui lei l’aveva lasciato. Chiuse il negozio, vendette la casa e portò i piccoli orfani, Lucy e me su di una nave e tutti salpammo per l’Italia. Lì a Stigliano, il suo paese natale, cercò di mettere su casa, ma ogni volta che guardava me, si ricordava della  banda e dei grandi progetti della mamma.

 

Ed ecco il grande merito di Giuseppe, onorare la memoria di Carmela, rispettandone le volontà, e, così si risposa e torna in America. Si è inchinato, ancora una volta, al destino, l’ha accettato ma questa volta non si è fermato ed è andato avanti.

Ma come Jimmy vede e racconterà  suo padre?

Mio padre era il segretario della Società. Se qualcuno avesse oltrepassato la misura, era suo compito riportarlo alla ragione. Mio padre aveva dei capelli bellissimi, folti e ricciuti, tagliati corti che stavano su dritti. La sua fronte era solcata da rughe, come le corde del bucato, una sopra l’altra. Ogni domenica mattina si faceva radere da Cavolfiore, il barbiere col dente d’oro. Mio padre stava bene con il talco sul viso. Era alto cinque piedi e undici  ( un metro e ottanta circa n.d.r.), e in un certo qual modo per me lui somigliava a George Washington con l’unica differenza che aveva i baffi.

 

 

In poche righe ci ha raccontato tutto: un bell’uomo, curato, elegante , estremamente socievole, vive la sua appartenenza e le sue origini in comunità  con gli altri stiglianesi,  organizza le processioni dalla 104ª Strada alla 116ª Strada, tra la Avenue A e la Seconda Avenue, e porta, lui stesso in spalla,  la statua della madonna del Carmine,  il 16 di Luglio. Rispettato al punto di divenire il Segretario della Società degli Stiglianesi, che, come ci ha raccontato Antony Bonelli, in un post di Facebook, era una società di mutuo soccorso

 

 

Carissimo Felice, la “Società degli Stiglianesi” di New York era un’associazione di Stiglianesi che si interessava a soccorrere  Stiglianesi appena giunti a New York! Assisteva gli Stiglianesi nella ricerca di lavoro, elargiva soccorso finanziario, li istruiva nell’uso della lingua inglese, aiutava a compilare moduli di domanda per ottenere la cittadinanza americana e così via! Era di grande aiuto alla Chiesa Cattolica che si occupava degli emigranti italiani in generale! L’ultima volta che ebbi contatto con la Società fu’ negli anni ‘80 quando il compianto parroco don Alberto Di Stefano venne in visita a New York! Sto ricercando attivamente sulla esistenza della società! Appena avrò un risultato positivo ti farò sapere! La Società era attiva nella città di New York e nella contea del Westchester! Ciao 👋 e a presto risentirci un affettuoso saluto amico Anthony! P.S. sto’ facendo ricerche anche sul grande Jimmy e sulla sua famiglia!

Esemplare l’episodio di Nicola, il sarto che balbettava, con una moglie, forse molto più giovane di lui:

Lui disse che sua moglie se n’era scappata con il suo aiuto. Disse che il suo aiuto aveva capelli neri ed ondulati. Disse che tutti si burlavano del suo balbettio. Riuscii a capire tutte le cose che Nicola diceva, ma ne dedussi che era infelice e sentii un forte desiderio di consolarlo. Se lui avesse potuto avere lemie biglie colorate, quanto felice sarebbe stato, pensai.

Ed ora si appellava a mio padre e a Mengucci in quanto facenti parte del direttivo della Società, per costringere questo tipo a restituirgli la moglie. “N-n-noi abbiamo otto bambini piccoli,” disse Nicola. “Chi-chi-chichi si si prendera cu-cu-cu-cu-cu-cura di loro?” I due consiglieri della Società si alzarono e andarono immediatamente a cercare la moglie di Nicola e l’aiuto

calzolaio.Lei fece ritorno, ma rimase lo scandalo e la chiacchiera della comunità

 

 

Insieme a Jimmy, anche lui farà ritorno a Stigliano, perché grazie alle manifestazioni in programma per “Stigliano, capitale per un giorno”, sarà più facile immaginare come possa scendere dai gradini di casa sua,  in Vico I Addolorata, e, proseguendo sul pendio di via Cavour, giungere nella chiazza, nel fermento di tutte le attività artigianali  che l’animavano, con la colonna sonora  di ciabattini che conciavano il cuoio,  fabbri che ferravano i cavalli, campanari che provavano le campane, fare un salto in chiesa a salutare San Rocco, promettendogli che, se lo avesse protetto, il primo figlio maschio avrebbe avuto anche il suo nome, e poi sporgersi da quel balcone naturale su quell’immenso mare che da verde diventava dorato, con l’avanzare della stagione, per poi declinare verso l’azzurro del mare dove forse, …  per soli  30 dollari, per 30 giorni e 30 notti di mare…

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